Antonio Cassano e la mentalità tutta italiana

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Antonio Cassano e Cesare Prandelli

L’approdo al Milan di Antonio Cassano lo scorso gennaio, dopo la tempesta scoppiata alla Sampdoria, rappresentava per il talento di Bari vecchia, il raggiungimento di un sogno e cioè di poter giocare con il club più titolato al mondo e da protagonista. “Sono nel club più importante al mondo, e se fallisco qui allora ho fallito tutto nella mia carriera”, queste le parole di Cassano nella sua prima presentazione in rossonero.

©GIUSEPPE CACACEGetty Images
Ma  neanche sei mesi dopo e siamo di nuovo qui a parlare della nuova destinazione di fantantonio, eh si perché Cassano necessita di un posto di assoluto titolare la prossima stagione se non vuole perdere la possibilità di giocare i prossimi Europei con la maglia azzurra. Prandelli è stato chiaro, “verranno in nazionale chi giocherà con continuità la prossima stagione”, continuità che il buon Adriano Galliani nel Milan,  non può certo assicurare a Cassano. Ed ecco quindi che in Cassano, riaffiora quella mentalità del posto fisso e del suo raggiungimento che rappresenta il sogno per qualsiasi italiano medio. Una questione tipicamente italiana dove si sa, la cultura del sacrificio e del lavoro ma soprattutto della meritocrazia, non è prerogativa e segno distintivo del nostro bel paese. Ed allora cosa succede? Succede che uno dei talenti più puri degli ultimi 20 anni del calcio italiano invece che cercare di guadagnarsi il posto in una squadra piena zeppa di campioni, lo pretenda di diritto con la naturale conseguenza di mettere fine con ogni probabilità, alla carriera nei grandi club per proseguire  in una realtà più ridimensionata (Genoa? Fiorentina?) e forse, considerate tutte le sue bravate e la sua carriera, una realtà più adatta al suo reale valore.

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